Book of Abstracts

Postdigital poetics: Exhaustive brevity and posthuman subjectivity in literary bots

Adrián Menéndez de la Cuesta González (Universidad Complutense de Madrid)

Much of the academic interest in social media literary bots relies on the fact that these artifacts combine two approaches to electronic literature that have been developed in quite different historical contexts, with often diverging artistic mindsets, audiences, and procedures: generative literature and twitterature. Generative literature belongs to the earlier generations of electronic literature, which have preferred extensive, often labyrinthine literary forms, such as hypertext. On the other hand, the current postdigital paradigm has brought us a new kind of literary creations, written, published, and shared in social media, often exploring subjectivity and identity. The affordances of these platforms, particularly Twitter, have fostered a renaissance of short forms such as haiku, micro-fiction, or aphorism. Literary Twitter bots deploy generative literature –potentially infinite, exhaustive, algorithm-based, medium-focused– in an ecosystem imposing brevity. Their poetics must compromise both with classic generative literature and the new twitterature tradition –simple, minimalistic, human-based, confidential–. The hybridity this entails highlights the tensions that define postdigital culture: literary bots attempt to explore the excessive nature of our data-driven lives and to encapsulate it in a brief, ludic, and social literary form. Two bots are discussed to illustrate this point. @GayUpdateBot deconstructs discourses on experiential and impressionistic writing from identity-centered grounds. Meanwhile, @slammedinthebot multiplies the worlds conceived by erotic literature. Both literary bots work by Borgesian logics: a potentially infinite content paradoxically contained in a short form. Besides, they reappropriate data and new media to move current discussions on subjectivity to the posthuman realm of the algorithm.

«Il podcast su Montale in biblioteca»: Ophelia Borghesan e l’iper-cozzare dell’aulico col prosaico


Chiara Portesine (Scuola Normale di Pisa)

L’intervento si propone di analizzare il progetto «Ophelia Borghesan», nato nel 2013 come piattaforma di poesia fruibile esclusivamente in formato digitale, dai videolibri ai social network d’uso comune (Facebook e Instagram). Gli autori cannibalizzano alcune tematiche e slang del mondo ipercontemporaneo (dal precariato all’hashtag) tanto a livello lessicale quanto a livello formale (con l’utilizzo di sondaggi interattivi, storie effimere, etc.). Le poesie, confezionate con un accattivante formato grafico e rispettando la lunghezza prevista dai social, originano un effetto di straniamento nel lettore colto per l’utilizzo di citazioni estrapolate dal canone oppure inserti bibliograficamente ricercati (da Guy Debord a Leopardi). Le tessere intertestuali vengono inserite in modo neutrale, senza alcuna marca denotativa, e giustapposte a neologismi pop o formule tipicamente prestate dal glossario digitale (da «grammar nazi» a «twerkare»). Il risultato coincide con una forma sperimentale di pastiche (auto)ironico nei confronti della crescente tendenza, da parte degli scrittori contemporanei, ad affidare esercizi di storytelling e di autofiction agli spazi informatici. La mimesi paradossale del ‘contenitore’, collaudata dagli autori di «Ophelia Borghesan», evidenzia le frizioni estetiche che si generano nell’atto stesso di inserire un messaggio letterario in una cornice dissonante di input e stimoli visivi. Ad esempio, Le pietà/4 mette in scena la situazione di una studentessa che ascolta «il podcast su Montale | in biblioteca» e scatta una foto «al laptop» – probabilmente per condividerla con i suoi follower –, evidenziando come l’atto stesso di trasmissione e fruizione dei contenuti letterari non possa essere più pensato avulso dal contesto mediale; i libri non si consumano in un’inesistente camera sterile e pre-tecnologica, ma vengono rifranti inevitabilmente dagli schermi digitali. Il contributo intende indagare le videopoesie di «Ophelia Borghesan», intercettando in particolare le giustapposizioni tra codice letterario e dizionario informatico, per evidenziare come la scrittura e la lettura siano ormai azioni interdipendenti rispetto, ad esempio, alla navigazione online e alla messaggistica istantanea.

Dante goes social: l’Alighieri e la letteratura long-form online. Proposta per una rassegna critica


Matteo Maselli (Università degli Studi di Macerata)

Negli ultimi anni si è riscontrato, con insistenza crescente, un impiego dei social network nel quale, esulando dalle mere dinamiche ludiche e di intrattenimento, le features strutturali delle stesse applicazioni digitali hanno favorito il formarsi di nuove prospettive d’indagine rispetto alle più tradizionalistiche prassi d’analisi per lo studio della letteratura. Pertanto, scopo del presente intervento è quello di illustrare criticamente, al fine di evidenziare le eterogenee possibilità offerte dalla rete, tali evenienze esegetiche rapportate all’esame delle opere dantesche. Nel corso dell’esposizione si proporrà un’aggiornata rassegna dei principali progetti promessi attraverso la piattaforma di microblogging Twitter alla quale si è ricorso per assicurare una pervasiva condivisione della lectio dantesca presso un vasto pubblico di utenti e che ha contestualmente coinvolto nella logistica e pianificazione degli interventi importanti Università, accademici di rilievo e studiosi indipendenti. La varietà dei prodotti ottenuti è tale che oltre a rimandi a lavori di ri-scrittura digitale della Commedia, verranno mostrati casi in cui Twitter si è rivelato funzionale nel facilitare la creazione di punti d’incontro digitali gestiti per la promozione di attività e materiali di studio (per autorevolezza si cita il solo caso della Dante Society of America che, in collaborazione con la New York University, ha designato Twitter quale principale partner per la circolazione in rete degli esiti del recente progetto Canto per Canto: Conversations with Dante in Our Time) o realtà più generaliste e prive di affiliazione accademica ma che sono risultate fondamentali nell’ovviare all’ingiustificata assenza, soprattutto in vista delle celebrazioni del 700esimo anniversario della morte di Dante nel 2021, di aggregatori online che possano aggiornare tempestivamente sui sempre più numerosi incontri dedicati all’Alighieri. Da questi ed altri esempi emergerà dunque come lo spazio ipermediale idealmente proposto da Twitter si sia rivelato un contesto ottimale per la formazione di una comunità di internauti giornalmente coinvolti in discussioni che riguardano tratti dello scrivere di Dante, con riferimenti alle volte più specialistici, come profili interessati specificatamente alle miniature medievali che impreziosiscono i manoscritti della Commedia, o con contenuti maggiormente mainstream o extra-testuali come lo studio delle componenti musicali del poema.

Paradigma meme: codificazione di genere, metanarrazione, poesia contemporanea

Samuele Fioravanti (Università degli Studi di Genova), Stella Poli (Università degli Studi di Genova)

Lolli sostiene che, chiunque, sotto i trent’anni, oggi sappia, più o meno istintivamente, cosa sia un meme. Posto che, in realtà, una definizione rigorosa presenta una serie di criticità; lo scopo del nostro intervento sarà quello di dimostrare che i meme online siano ormai un genere codificato, il cui peculiare funzionamento sta innescando mutamenti significativi in altri generi, come la saggistica e la poesia contemporanea. Con l'introduzione del neologismo Anthropomeme (Macfarlane 2016), lo studio della memetica slitta dall'ambito socio-mediale al dibattito eco-filosofico e retorico-politico. Nella disamina di Rosi Braidotti (2018) l’Anthropomeme diviene addirittura metanarrazione: rappresenterebbe il descrittore più accurato della condizione contemporanea, in qualità di «accelerating spin» dentro il quale vengono di volta in volta prelevati e allusi i discorsi sull'Antropocene, incessantemente risemantizzati da nuovi neologismi [cfr. Antroposceno (Parikka 2015), Chthulucene (Haraway 2015), Capitalocene (Moore 2015), Plasticene e Piantagiocene (Tsing 2015)]. Se si osservano invece con sistematicità le rupi kaur parodies, si potrà ipotizzare che l’enorme successo di queste parodie memizzanti stia nei caratteri specifici del formato, di fatto già memetico (cfr. Lee 2019). Si propone dunque di riconcepire il meme come genere retorico-letterario altamente codificato e deliberatamente esclusivo. Nel ruolo di principale interprete della metanarrazione contemporanea, il meme introduce forme inedite di estromissione, esautorando i dissidenti —e neutralizzando il dibattito a priori— mediante procedimenti specifici (risemantizzazione continua, inside jokes, anonimato, copylessness). Saranno quindi indagati i modi in cui tali procedimenti catalizzano l'accelerating spin di neologismi in ambito saggistico (Antropocene, Capitalocene e simili; Vaporwave, Retrowave e simili) e in ambito letterario (instapoesia, parodia memizzata, sottocultura shanzhai).

Microcuentos y memes: análisis y comparación del género y su difusión en las redes sociales


Manuela Fuliotto (Università degli Studi di Genova)

Desde la segunda mitad del siglo XIX la literatura occidental ve el nacimiento de un nuevo género de la narrativa breve, el microrrelato. Se asiste a un auténtico boom literario a partir de la última década del siglo XX hasta principios del siglo XXI que llevó la crítica a preguntarse sobre esta nueva forma de hacer literatura, a la cual, dada su brevedad, no se le podían aplicar los mismos parámetros de estudio utilizados para analizar cuentos o novelas. Se empezó a hablar, por lo tanto, de un género a parte, el cuarto género literario, distinto por sus características del cuento. El microrrelato se refleja perfectamente en la realidad contemporánea: subjetiva, contradictoria, polisémica y ve en las redes sociales suelo fértil para su difusión. De hecho, Internet y las redes sociales, contribuyen a su proliferación y rediseño. Este trabajo pretende describir la evolución y el estado actual del microrrelato haciendo hincapié en su divulgación en las redes sociales. A través del apoyo de estudios teóricos, se quiere definir el microrrelato, ver su desarrollo y su propagación gracias a las nuevas tecnología y a Internet. Además, se propone discutir cuáles son los aspectos formales del género en las redes sociales, con particular énfasis en el aspecto intermedial y la interacción del texto con otros elementos y también con los lectores. Para concluir, a partir de estas consideraciones generales, el objetivo de este estudio es el de demostrar la similaridad de los microlerrelatos contemporáneos con los memes que se encuentran en la red. Los memes, de hecho, tienen rasgos en común con el microrrelato: la brevedad, la concisión, la intensidad y la parodia. Los memes, en efecto, son fenómenos que se difunden en Internet y padecen de imitaciones y variaciones. Se pueden considerar un fenómeno social compartido por su carácter multimedial. Al considerar todas estas características que aúnan estas nuevas formas literarias, se pretende analizar los memes de tema literario difundidos por el usuario @Memesliterarios. En 2012 tres jóvenes mexicanos abren una página en Facebook que hoy cuenta con más de 800.000 inscritos y 88 mil seguidores en Instagram. Esta personalidad virtual, que actualmente se compone de un grupo de 25 personas, ha creado un espacio donde se elaboran y publican memes divertidos inspirados a obras y autores literarios famosos. Se discutirán, por lo tanto, cuáles son los aspectos formales de esta nueva manera de hacer literatura en las redes sociales, su aspecto intermedial y su interacción con los lectores.

Fédérer par le rire : l’actualité à travers les mèmes médiévalisants. L’exemple du COVID-19


Hélène Cordier (Université de Lausanne)
, Leticia Ding (Université de Lausanne), Chloé Gumy (Université de Lausanne)


Dans les années 80, Umberto Eco identifie dix manières de rêver le Moyen Âge : en tant que décor dénué de sa dimension temporelle et historique, simple prétexte pour implanter une histoire ; en tant qu’époque fantasmée et emplie de nostalgie à la façon des romantiques ; ou encore en tant que lieu incivil et barbare exempt de lois où triomphe la force brute. Tout en perpétuant ces diverses résurgences médiévales et médiévalisantes, le XXe et particulièrement le XXIe siècle semblent développer de nouvelles utilisations du Moyen Âge, notamment le Moyen Âge destiné à amuser et faire rire. Cette perspective ludique peut être observée, entre autres, sur les réseaux sociaux au sein de communautés virtuelles et de « groupes » partageant une passion commune pour le Moyen Âge. Tous les domaines de la vie (carrière professionnelle, vie amoureuse, animaux domestiques, etc.) sont représentés sous différentes formes, mais c’est principalement le mème qui s’impose. Dans cette période de pandémie, qui n’est pas sans rappeler les maladies et les épidémies de peste du Moyen Âge, une thématique émerge : le COVID-19. Nous nous proposons donc d’analyser les pratiques de créations mémétiques en tant que miroir des rapports entre Moyen Âge et contemporanéité. Les mèmes invitent à réfléchir sur les procédés de production et de consommation littéraire, artistique et culturelle communs aux deux époques : anonymat, absence d’auctorialité, réception collective, public en tant qu’acteur de la diffusion sont autant d’éléments qui font écho aux pratiques médiévales. Au sein de cette prolifération mémétique, deux tendances visuelles se distinguent : d’une part, du matériel iconographique médiéval détourné et, d’autre part, une image actuelle invoquant un imaginaire médiévalisant. Ces deux procédés créatifs s’accompagnent d’un bref commentaire générant un décalage anachronique. Dès lors, la rencontre de l’image et du texte déclenche le rire. Nous nous proposons donc d’examiner la manière dont les mécanismes comiques servent à l’étude sur la production et la réception du Moyen Âge.

Analisi dei neologismi cinesi dall’ottica della memetica

Yu Yedi (Università degli Studi di Bologna)

La memetica è una teoria per interpretare l’evoluzione culturale dell’essere umano. Il termine meme, coniato dal biologo Richard Dawkins negli anni Settanta del secolo scorso, ha una stretta analogia con il gene. Perciò, il meme può essere considerato come un’unità di informazione culturale, portando con sé una caratteristica replicabile e trasmissibile. Oggi, nell’era di internet, i meme si permettono di diffondersi in maniera velocissima attraverso un soggetto portatore, il quale potrebbe essere un’immagine, un spezzone di video o addirittura una sola parola. Questo intervento, prendendo i neologismi cinesi come gli oggetti di analisi, si punta alla diffusione del linguaggio memetico. Generalmente, i neologismi con le caratteristiche memetiche si replicano e si diffondono in due modalità: trasmettono la stessa informazione sotto diverse forme linguistiche (il genotipo) o con la stessa struttura linguistica esprimono più informazioni (il fenotipo). Nel primo caso, ci sono diversi neologismi cinesi che condividono lo stesso concetto e la stessa connotazione sociolinguistica, ma le loro forme linguistiche variano dai verbi ai sintagmi nominali e i numeri. Dalla prospettiva diacronica, i diversi neologismi con lo stesso significato spuntati l’uno dopo l’altro, manifestano perfettamente la natura evolutiva di meme. La seconda modalità è ancora più frequente nella diffusione dei neologismi cinesi, la riproduzione dei quali non si limitano a livello lessicale, ma anche morfosintattico. La formazione delle nuove parole a livello morfologico è principalmente dovuta al meccanismo di derivazione, nel nostro caso è l’aggiunta di un suffisso a una radice, per esempio “精 ” (Jīng, letteralmente significa “spirito”). Mentre a livello sintattico, la struttura principale del prototipo viene mantenuta nel processo di riproduzione. Ad esempio, 我可能喝了假酒 (Wǒ kěnéng hēle jiǎ jiǔ) che significa “potrei aver bevuto un vino finto”, originalmente si usa nel caso in cui qualcuno che ha perso la partita nell’e-sport, dichiara che la sua sconfitta è dovuta al vino. La struttura sintattica “我可 能 X了假 X” (Wǒ kěnéng Xle jiǎ X), “potrei avere X un X finto/falso”, si usa quindi per esprimere la voglia di scaricare la responsabilità. Dovuto all’internet e i social media, i neologismi nascono a ogni secondo e così la nostra lingua quotidiana si evolve rapidamente. Ma con la natura memetica, il processo della loro riproduzione ed evoluzione è tracciabile, analizzandolo si può anche scoprire dei fenomeni sociali dietro questi semplici e scherzosi neologismi.

Ipermedia digitali e ri-significazione ontologica

Antonino Pingue (Universidad Complutense de Madrid)

Parlare di pratiche di riutilizzo, alterazione e ri-significazione che l’ipermedia digitale ci offre, significa anche, inevitabilmente, domandarci che relazione hanno queste tecnologie con la realtà. Un esempio fra tanti: nell’ottobre 2020, in un video realizzato in deepfake è stato possibile vedere il giornalista messicano Javier Valdez, assassinato tre anni prima, denunciare la sua morte e quella di altri colleghi. L’esperienza digitale ci obbliga a confrontarci con una realtà i cui parametri appaiono perlomeno alterati. È fondamentale una riflessione (previa a qualsiasi considerazione etica e estetica), sul valore ontologico dell’ipermedia digitale in tutte le sue espressioni, specialmente per quello che concerne l’immagine. Nel panorama artistico/letterario ipermediale sono molti gli autori che esplorano quotidianamente questo tema. Artisti come il fotografo Juan Fontcuberta e i suoi Googlegramas (2005); o la scrittrice e poetessa Belén Gache e il suo poema Como explicar la poesía electrónica a una liebre digital (2020); o l'artista berlinese Simon Weckert e la sua performance Google Maps Hacks (2020). Con una metodologia comparativa, si cercherà di confrontare questi artisti con le conclusioni, spesso contrapposte, di esponenti del mondo filosofico e scientifico. Autori come Maurizio Ferraris, che ritiene che il nostro presente si caratterizzi per una perdita progressiva di realtà (fenomeno che egli imputa alle conseguenze, per lui nefaste, della filosofia postmoderna); o Chris Anderson, direttore della rivista Wired, che al contrario, sostiene che i big-data ci offrono una realtà finalmente conoscibile nella sua totalità fino al punto da rendere obsoleta la metodologia scientifica basata sull’interpretazione e l’ipotesi; o la scrittrice e poetessa Annie Le Brun che scrisse un saggio dal significativo titolo: Du trop de réalité (2000).Il dibattito è più che mai attuale. Occorre pensare solo ai fenomeni di post-verità, agli “alternative facts” e alle fake news. Sono questi conseguenza di un allontanamento dalla realtà o, al contrario, di un eccesso di realtà? Performance come quella di Weckert sembrano indicarci che questa contrapposizione (che ancora domina il dibattito accademico), è ormai impossibile. Siamo di fronte a una nuova realtà, frutto di una ibridazione, che ne ha sostanzialmente alterato le proprietà; in primis, la forma in cui determiniamo ciò che è vero.

Écritures de soi sur la plateforme de rencontres Tinder

Adrien Péquignot (Université Paris 8)

En 2013, 40 % des 18-25 ans et 29% des 26-30 ans avaient déjà utilisé un site de rencontres : l’utilisation d’applications de rencontres est donc devenu une pratique courante. Sur ces applications, la présentation de soi est primordiale ; la réussir est parfois une condition nécessaire au fait de pouvoir interagir avec autrui. A l’encontre d’une posture qui consisterait à réduire a priori les manières de se présenter sur ces applications à l’expression d’un narcissisme ou à des manières de capter l’attention d’autrui – ce qu’elles peuvent être aussi – nous proposons d’analyser ces profils en y voyant des formes d’écritures de soi contemporaines. Ce geste consistant à voir ces profils comme des formes d’écritures de soi contemporaines nous semble en effet plus fécond pour saisir ce qui peut se jouer dans la diversité des manières de se présenter sur ces applications. Nous souhaitons ainsi questionner les formes de subjectivation (Foucault) induites par les applications de sites de rencontres par l’analyse de certaines formes d’appropriation de leurs utilisateur.ices, ceci en partant de deux hypothèses. La première hypothèse est que cette écriture de soi doit quelque chose aux logiciels, un quelque chose que nous caractériserons, dans un premier temps de notre exposé, à travers une analyse de l’interface du site de rencontres Tinder depuis la sémiotique des écrits d’écran. Nous montrerons quelles conceptions de la rencontre favorise le logiciel Tinder, ceci en nous appuyant sur l’analyse de l’architexte (Souchier, Jeanneret) de Tinder, et notamment la création et l’affichage des profils de l’application. Notre seconde hypothèse est qu’il existe un espace de jeu (De Certeau) en dépit de ces déterminations techniques. Marie-Anne Paveau montre que la lecture et l’écriture en ligne sont
orientées par les lectures et écritures des autres membres du réseau (Paveau, 2013) : nous voulons montrer que c’est également parfois le cas pour la création de profils sur les sites de rencontres. Après avoir illustré la standardisation de certaines poses et mises en scène ou, au contraire, certaines formes de réappropriations parfois critiques de l’application, nous tenterons d’examiner ce dont elles sont le nom et dans quoi elles s’originent. Cette partie de notre analyse s’appuiera sur un corpus de profils anonymisés créés par des utilisateur.ices de l’application de rencontres Tinder, une des applications de rencontres les plus populaires actuellement.

Produits (culturels) dérivés : une réécriture financière

Boris Le Roy (Université Paris 8)

Notre recherche en cours développe des outils méthodologiques dans le but de transcrire et réécrire les entretiens d’acteurs de la finance, dont la subjectivité est révélée par une perméabilité entre oralité, écriture littéraire et formalisme mathématique. La communication, orale et illustrée, proposera des outils permettant de lire et réécrire trois récits canoniques sous l’angle du financier : c’est d’abord du point de vue d’un trader du 21e siècle que nous analyserons le premier produit dérivé de l’Histoire de l’humanité rapporté par Aristote dans La Politique ; ensuite, l’approche stratégique ayant largement influencé la théorie financière, dite « théorie des jeux », nous apportera une nouvelle lecture du Jugement de Salomon relaté dans l’Ancien Testament ; enfin, nous verrons pourquoi le mythique Pierre Ménard, auteur de Quichotte, serait le plus visionnaire des théoriciens de la finance, selon l’ancien trader Élie Ayache, qui remet en cause la manière dont les financiers interprètent la volatilité des marchés. Par cette mise à l’épreuve d’outils interdisciplinaires, ce « geste spéculatif » nous semble pouvoir apporter une réflexion sur les modalités de re-signification culturelle dans l’espoir de mieux refléter le contemporain.

La « Vie de Sainte Modwenne », un cas médiéval de (ré)écriture

Sandy Maillard (Université de Neuchâtel)

La Vie de Sainte Modwenne est une oeuvre hagiographique anglo-normande d’un auteur anonyme écrite vers 1230. Elle est inspirée de deux vitae latines, les Vita S. Monenne de Conchubranus (XIe s.) et Vita S. Modvenne virginis de Geoffrey de Burton (XIIe s.), mais elle ne consiste ni en une traduction, ni en une transposition de l’une et/ou l’autre de ces vitae antérieures. Il s’agit bien plus d’une véritable réécriture, élaborée dans un contexte historique et culturel précis qui a conditionné sa production, sa réception et sa conservation. En effet, « [t]hirteenth-century aristocratic and ecclesiastic relations, together with contemporary theological concerns, provide recoverable contexts in which Modwenna’s life takes on a new centrality. » La version anglo-normande de la Vie de Sainte Modwenne semble donc être une oeuvre totale, resémentisée au niveau tant textuel qu’historique. La présente communication se propose, dans un premier temps, d’interroger les emprunts faits aux vitae latines :
• dissimulation des sources d’origine ;
• reprises et altérations (entre modification légère et innovation complète) tant du contenu que de la
forme.
Dans un second temps, elle souhaite examiner les modalités d’écriture, de lecture et de diffusion de la version anglo-normande :
• édification des fidèles via l’usage de lieux communs pour susciter l’élan vers une recherche individuelle et consciente de Dieu ;
• affirmation d’une identité au sein d’une communauté – nous pensons au couvent de moniales de Campsey Ash, qui a possédé un des deux manuscrits par lesquels ce texte nous est parvenu et s’en est vraisemblablement servi comme d’un objet identitaire ;
• essaimage du genre littéraire sur le support matériel – ce même manuscrit Campsey, compilé au XIIIe siècle, contient treize vies de saints qui, « beyond thematic or narrative unities […] are linked by nonnarrative networks » et qui ont probablement influencé la structure globale du manuscrit.
Ainsi, la version anglo-normande de la Vie de Sainte Modwenne, en se distanciant de ses sources et en se créant une place à part entière dans un paysage littéraire particulier, apparaît comme une oeuvre re-signifiée, une oeuvre per se.

Spotify en el Renacimiento

Daniela Peña Jaramillo (Universidad Autónoma de Barcelona)

La fonografía llegó y, desde ese momento, la experiencia musical se ha ido insertando en nuestra cotidianidad como nunca antes; los vinilos, los cd’s y las plataformas de streaming musical, relevaron a los cilindros de cera y le han ido abriendo nuevos escenarios a la música, más allá de las salas de concierto y los grandes teatros. Pero ¿fue esta la primera revolución sonora? Aunque la grabación y la reproducción musical sí dieron paso a una expansión de los lugares a los que otrora pertenecía la música, existieron momentos previos que ya habían permitido la ampliación del espectro sonoro y gracias a los que su materialización ya no se limitaría a los espacios religiosos o cortesanos. ¿El momento? El siglo XVI; ¿la tecnología? La imprenta; este nuevo medio de transmisión daría la posibilidad de que los documentos musicales llegaran a manos de un público que, de lo contrario, no habría tenido la oportunidad de acceder a ellos. La polifonía era el lenguaje musical en boga y algunos de sus medios de difusión más efectivos fueron los libros para laúd o vihuela que contenían intabulaciones, es decir, transcripciones o arreglos que se realizaban, para un instrumento de cuerda pulsada o de tecla, a partir de piezas vocales. Pero estas, más allá de ser préstamos musicales, se erigieron como herramientas de enseñanza, de difusión y de teorización; funcionaron como divulgadoras de la polifonía para un público que no tenía, necesariamente, conocimientos profundos sobre el comportamiento musical. El éxito se debió a su medio de escritura: la tablatura, cuya simpleza se sobreponía a las dificultades que tenía la notación mensural. Es así que, al igual que ahora podemos conocer música de otras generaciones por medio de covers en YouTube; en las sugerencias de Spotify o en Instagram, las intabulaciones del siglo XVI funcionaron también, gracias a la imprenta, como uno de los vehículos de transmisión y aprendizaje de la polifonía en un contexto urbano y doméstico, fuera de las catedrales y los palacios. Éstas permitían, en una época ajena y lejana a la radiodifusión y gracias a su nuevo formato de escritura, i.e., la tablatura, que un público con conocimientos musicales limitados, accediera al lenguaje polifónico. Veremos cómo las intabulaciones fueron el germen de la democratización que luego recogerían la fonografía y el streaming musical, como una estrategia de enseñanza y como una posibilidad de recontextualización y resemantización de los documentos musicales, a partir de la lectura y la reescritura de los mismos.

Raccontare e condividere le fiabe su Twitter. Dall’Inghilterra all’Irlanda, passando per l’Italia: alcuni esempi di rimediazione


Luca Sarti (Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”)

L’avanzamento tecnologico ha da sempre provocato considerevoli mutamenti in ambito narrativo, favorendo la nascita di modi di raccontare che si adattassero ai nuovi media inventati (Cao 2014). Nell’era digitale, un esempio interessante di ciò che Bolter e Grusin (1999) – ispirati dagli studi di McLuhan (1964) – hanno definito remediation è quello del fenomeno denominato twitterature. Sulla base di tali considerazioni, in seguito ad una breve introduzione sulla twitteratura, e cioè letteratura su Twitter, e su alcune delle iniziative più significative, lo studio qui proposto mira ad analizzare come il genere fiabesco/fantastico sia stato riproposto sotto forma di ‘cinguettii’. Si vedrà, dunque, quali sono le caratteristiche principali che distinguono un tipo di scrittura breve, quella ‘twitteriana’, che da tempo ha trovato il suo spazio in quello che, adottando un neologismo di Arjun Appadurai (1990), viene definito ‘digital’ mediascape. Le riscritture in esame riguardano tre celebri narrazioni ottocentesche. In primo luogo, verrà brevemente analizzata quella di Alice’s Adventures in Wonderland (1865) di Carroll, contenuta nella raccolta Twitterature: The World’s Greatest Books Retold Through Twitter (2009) di Aciman e Rensin. In secondo luogo, si vedranno alcune riscritture de Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino (1883) di Collodi, con esempi tratti dalle iniziative #TwPinocchio (2014) e #fiabePPP (2016), e dal Pinocchio in emojitaliano (2017) di Chiusaroli, Monti e Sangati. Infine, particolare attenzione sarà data all’adattamento della fiaba irlandese Fair, Brown and Trembling. Si tratta di un caso di riscrittura seriale individuale del 2019 non noto al grande pubblico, ma che rappresenta, comunque, un esempio di lettura e riscrittura, oltre che un tentativo di condivisione di una variante di una delle fiabe più famose al mondo: Cenerentola. Nello specifico, sarà effettuato un confronto fra questo retelling e la prima versione (scritta) della fiaba – pubblicata da Curtin in Myths and Folk-Lore of Ireland (1890) –, al fine di evidenziare le differenze fra il testo letterario ‘classico’, a sua volta rimediazione di un racconto popolare orale, e quello ‘twitterario’. Obiettivo ultimo di questo studio è quello di mettere in rilievo la capacità dei classici della letteratura generalmente considerata per l’infanzia di sapersi adattare all’epoca contemporanea, rivivendo in testi che sono frutto della collisione fra vecchi e nuovi media (Jenkins 2006). In questo modo, si vedrà come anche le storie più datate, una volta lette, riscritte e condivise dagli utenti del web, ormai diventati dei veri e propri prosumers (Toffler 1980), possano rivivere in un linguaggio e una forma più accessibili, incontrando i gusti e le esigenze delle nuove generazioni.

Artemisia 2020: dal Barocco romano al Doodle di Google

Edoardo Bassetti (Università degli Studi di Siena)

Artemisia Gentileschi rappresenta ormai un vero e proprio mito del nostro tempo. Una donna-simbolo entrata a far parte dell’immaginario comune grazie al ruolo iconico che la recente produzione critica, artistica e mediale le ha riservato. Il fatto che una sempre più vasta platea sia a conoscenza di una pittrice di tale valore, a lungo ignorata dal canone egemonico, è senza dubbio un traguardo da apprezzare; ma ogni processo di democratizzazione del sapere porta con sé un’endemica componente di semplificazione, che a seconda del clima culturale del momento può sfociare talvolta  ̶  oltre che in fisiologiche banalizzazioni  ̶  in veri e propri travisamenti interessati. Date queste premesse l’intervento mira a evidenziare come, a fronte di un crescente capitale simbolico, vi sia in atto un processo di brandizzazione del personaggio di Artemisia che ha finito per a-storicizzare l’effettivo portato rivoluzionario della sua vicenda. Un appiattimento sincronico che, se da una parte fa di Artemisia un personaggio attrattivo, dall’altra la rende invece una forma svuotata di senso  ̶  e quindi non più catalizzatrice di processi di reale emancipazione: ovvero un brand da strumentalizzare a fini meramente commerciali. Pertanto, l’obiettivo dell’intervento è ricostruire il tessuto connettivo che ha portato una pittrice barocca a divenire un’icona dei nostri giorni, così da analizzare le fasi del processo di risemantizzazione che la sua figura ha dovuto attraversare. Grazie a un approccio comparatistico e interdisciplinare si cercherà di ristabilire la pluralità delle sue singole declinazioni, ovvero quelle stratificazioni storico-culturali che il processo di mitizzazione tende invece a mistificare: attraverso una prospettiva diacronica verrà analizzata l’Artemisia storica e i personaggi di finzione che da essa sono scaturiti (Banti, Merlet, Lapierre, Vreeland…), passando per la “leggenda erotica” elaborata dai contemporanei e l’icona femminista della Second Wave prima, e del #MeToo poi. All’interno di quest’evoluzione semantica, verrà sottolineata la soluzione di continuità costituita dall’esposizione del MET di New York (2002): dagli anni Duemila in poi, infatti, Artemisia è divenuta a tutti gli effetti un’eroina della cultura di massa a livello globale, ispirando opere sempre più trasversali come film, manga, thriller, graphic novel, libri per ragazzi, «storie della buonanotte per bambine ribelli», campagne social (il caso #Kavanaugh nel 2018, ad esempio). Solo ristabilendo l’alterità di queste singole Artemisie, infatti, sarà poi possibile abitare consapevolmente lo spazio fra loro interposto, e elaborare dunque un processo di risignificazione che possa valorizzare in maniera critica e costruttiva le potenzialità del “mito di Artemisia”.

Pratiques « mèmétiques » et fanfiction comme avatars de l’Internet-culture de réécriture dans la Féerie générale d’Emmanuelle Pireyre


Mykhailo Babaryka (University of New South Wales, Sydney)

Dans sa Féerie générale (2012), Emmanuelle Pireyre, pose un regard satirique sur le phénomène de prolifération en ligne des soi-disant fandoms, ou communautés d’internautes s’obsédant des sujets favoris provenant de la culture populaire et, souvent, orbitant autour des célébrités et leurs vies de people, telles les vedettes associées à une série télévisée ou un univers fictionnel transmédiatique, etc. La romancière française dédie une partie de son texte ‘kaléidoscopique’ aux interactions au sein d’une telle communauté où les fans autoproclamés expriment leur passion pour les franchises cross-média populaires en créant et partageant des représentations fortement érotisées de leurs personnages préférés (y compris les cibles qu’on croirait les moins adaptés pour ce genre de détournement – cf. Pokémon) sous forme de créations artistiques d’amateurs (i.e. fan art) et de fiction graphomane (fanfics). Quant au deuxième volet de la communication en rapport avec les mèmes comme concrétisation, sans doute exemplaire, de la propension de la collectivité d’internautes à la reproduction et compilation, reprise et collage des artéfacts culturels se produisant d’une façon ludique et spontanée à une échelle pourtant massive, E. Pireyre paraît de s’inspirer des pratiques compilatrices et multimodales rendues possibles par l’environnement numérique de l’Internet lorsqu’elle introduit dans le texte de son roman des photos accompagnées des légendes sans pourtant recourir aux captures d’écran directes des mèmes effectivement existant sur Internet. L’hypothèse à mettre à l’épreuve concernant les mèmes revient à postuler que, tout difficilement définissables qu’ils soient – avec une rigueur scientifique suffisante – sinon largement antithétiques à la création littéraire, par principe (vu que le facteur déterminant pour la cristallisation des mèmes relève de leur tendance à se constituer au cours d’une réplication massive et anonyme sur les réseaux), les mèmes peuvent néanmoins être conçus comme indirectement traduisibles sous une forme romanesque. L’analyse effectuée dans le registre d’une lecture attentive du texte spécifié donnera donc lieu à une réflexion sur la capacité du dispositif romanesque d’adopter des pratiques “mèmétiques” en opérant une transposition intermédiatique des démarches relatives à la confection des mèmes hors du milieu numérique et dans le contexte littéraire. Cette communication sera l’occasion de soulever la question si le roman traditionnel en prise avec le “médium” d’Internet (décliné sous ses maintes instances) faisant preuve d’une mutabilité permanente peut se révéler capable non seulement de poétiser et d’articuler textuellement ledit (multi-)médium ou même de le transposer dans une oeuvre de fiction en recourant à divers moyens multimodaux mais aussi – de capter, même si indirectement, de nouveaux protocoles et mécaniques de lecture émergeant dans l’environnement numérique du réseau et résultant de notre interaction routinière avec une panoplie d’interfaces de logiciels ou plateformes multimédia aux affordances variées.

La risemantizzazione molteplice dello screenshot: un’analisi di #nyc di Jeff Mermelstein

Roberto Laghi (Avignon Université / Università degli Studi di Parma)

Se consideriamo lo schermo dello smartphone come un palinsesto (Rouillé, 2020), attraverso cui interagiamo in un “collasso del contesto” (Wesch, Boyd et al.), possiamo forse portare uno sguardo diverso sui contenuti che si succedono sulla superficie dei di spositivi; non solo, possiamo guardare sotto un’altra lente alle conversazioni private che avvengono sulle applicazioni di messaggistica, in particolare perché queste conversazioni hanno una certa valenza pubblica (Gheno, 2018) e l’uso del linguaggio è più informale e creativo (McCulloch, 2019). Cosa succede poi quando queste interazioni scritte si trasformano in uno screenshot? Accade spesso di trovare estratti di conversazioni trasformate in immagini e condivise sui social network: uno scambio divertente con un familiare o un amico, un messaggio offensivo ricevuto da una persona sconosciuta… Che tipo di operazioni e di ri significazioni sono in atto in questi passaggi? Che grado di consapevolezza c’è nell’utente che le compie? Chi è autore di cosa? Possiamo costruire alcune piste di riflessione partendo dall’analisi del lavoro del fotografo americano Jeff Mermelstein. In un libro intitolato #nyc, Mermelstein ha raccolto 150 immagini, frutto di una selezione su una collezione raccolta in anni di lavoro per le strade di New York: le immagini riproducono scatti rubati di schermi di telefoni i cui proprietari sono impegnati in conversazioni digitali. Il lavoro di Mermelstein, oltre ad avere una valenza artistica e, quindi, un portato di consapevolezza sull’oper azione compiuta, è anche un esempio di ri semantizzazione su più livelli: in primo luogo, testi privati sono trasformati in pubblici; questi stessi testi, inoltre, sono diventati fotografie (scattate con uno iPhone, peraltro); infine, si tratta di framment i di conversazioni più lunghe, estratti e considerati come testi finiti in sé (per noi osservatori, solo quell’estratto è accessibile). C’è poi un elemento voyeuristico, il piacere nello spiare le vite altrui, che è una delle dinamiche più forti in atto su i social network, solo che in questo caso stiamo spiando conversazioni che sarebbero dovute rimanere private. L’operazione compiuta dal fotografo americano ci porta a riflettere sul nostro uso dei dispositivi, per esempio quando creiamo uno screenshot e lo condividiamo: un gesto che è diventato forse quotidiano ma sui cui significati non ci interroghiamo spesso. Questa analisi ci permette di approfondire la conoscenza del mediascape in cui siamo immersi, i modi in cui ne assimiliamo le pratiche e come que sti modi e queste pratiche influenzano e condizionano l’uso che ne facciamo.

Materialità ibrida. La narrazione di Danielewski tra sinergie visuali e contaminazioni multimediali


Maddalena Carfora (Università degli Studi di Napoli “L’Orientale")

Grazie a processi di interazione mediale sempre più diffusi, oggi la pratica dello storytelling viene declinata in forme proliferanti di interconnessione tra elementi di differente natura espressiva, che investono sia le opere digitali che quelle cartacee, favorendo così la creazione di un piano di consistenza (Deleuze-Guattari 1980) in cui più livelli possono interagire tra loro. Uno degli esempi preminenti di tale sperimentazione è Mark Z. Danielewski, le cui opere risultano caratterizzate da una cooperazione multimediale che ‘energizza’ (Lamberti 2014) la dimensione testuale, fatta di esplorazioni visuali e contaminazioni cinematiche; uno stile che l’autore stesso denomina ‘signiconic’. Un tale impianto narrativo è senza dubbio influenzato dallo sviluppo delle nuove tecnologie e dall’espansione dei campi applicativi dei nuovi media, ciascuno con una propria materialità distintiva (Hayles 2003), che contribuisce a una specifica performance creativa e comunicativa. Attingendo a questa sinergia, il presente intervento vuole investigare quella forma di narrazione, detta ergodica (Aarseth 1997), attraverso l’analisi delle strategie narrative presenti nel primo volume della pentalogia di Danielewski, The Familiar (2015), che predispone un singolare processo di sense-making, coadiuvato dal coinvolgimento del lettore attraverso tecniche narrativo-combinatorie che incoraggiano il dialogo tra media e codici diversi.

Emojis partagés, cultures illustrées : retour sur un échange interculturel multimodal Arabie-Italie en didactique du FLE


Claudia Farini (Université de Lorraine), Eric Navé  (Université de Lorraine / Université de la Sorbonne Nouvelle)

Cette contribution présente les résultats d’un projet interculturel multimodal (Lebrun & Lacelle, 2012 ; Kress, 2003) qui relève du champ de la didactique du français langue étrangère (FLE). Le forum Instagram « Du français et des émoticônes » est né de la collaboration entre deux doctorants respectivement basés au moment de l’échange en Italie (Université Carlo Bo) et en Arabie saoudite (Arab Open University de Djeddah). Les premiers échanges ont eu lieu en mars 2020 et se sont poursuivis jusqu’au milieu du mois de juin, fin de l’année universitaire. Cinq thèmes ont été appréhendés par des étudiantes de niveaux et de cultures différents. La particularité de la consigne était de juxtaposer aux phases écrites sur chacun des thèmes traités des émojis. En tant que phénomène culturel à la fois universel et particulier, le recours à l’émoji semble un complément pertinent au traditionnel forum de discussion écrit pour aborder l’interculturel en classe de langue. Il confère une dimension plurilingue et multimodale à de tels partages. Nous nous arrêtons en particulier sur le choix des émojis. La façon dont ils interagissent avec le texte est également analysée. Le recours à un réseau social informel semble bien en phase avec la consigne qui proposait un recours aux émojis. Un tel cadre informel peut contribuer à redonner confiance à des étudiantes en situation d’insécurité linguistique. Notre corpus inclut l’ensemble des messages des étudiantes concernées sur le forum en question et deux entretiens collectifs menés avec les ces dernières, dont le croisement nous garantit une idée relativement précise du phénomène observé. Nous avons recours pour l’analyse à une méthodologie empirico-inductive qualitative (P. Blanchet, 2011, p. 15) qui nous semble en phase avec le corpus retenu. Cette réflexion fait suite à un premier travail que nous avons mené ensemble sur le thème de la multimodalité dans les correspondances interscolaires/interuniversitaires en didactique des langues (Navé & Farini, à paraître).

Dante_social: un esperimento di didattica dantesca attraverso Instagram

Margherita Martinengo (Università degli Studi di Torino)

dante_social è un progetto di didattica dantesca promosso e realizzato da Paolo Cerutti, Dario Giolito, Margherita Martinengo ed Elisa Tasso, nato all’interno del gruppo danteSCO (Scuole, Case circondariali, Ospedali) del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Torino (coordinamento del professor Giuseppe Noto, docente di Filologia romanza). Il laboratorio, rivolto a studenti di scuole secondarie di secondo grado, propone un approccio innovativo alla Commedia attraverso Instagram. I partecipanti, divisi in gruppi, sono chiamati a lavorare a stretto contatto con il testo dantesco per produrne una transcodifica attraverso la realizzazione di post e stories (tutti visionabili sulla pagina Instagram @dante_social). L’attività, tuttavia, non si esaurisce nella creazione di questi contenuti e, ispirandosi all’approccio del task-based learning, sfrutta il compito assegnato per favorire la lettura e lo studio del testo. La Commedia non è un pretesto per la produzione di post e stories, ma, al contrario, è il social network a essere utilizzato come piattaforma alternativa per un apprendimento significativo e duraturo di contenuti del curricolo. Il prodotto finale, infatti, deve risultare immediato e accattivante, come si addice a un contenuto social, senza però sacrificare correttezza e approfondimento. Per riorientare esplicitamente l’attività verso questo obiettivo, dopo la pubblicazione dei contenuti prodotti dai ragazzi sono previsti dei momenti di discussione guidati dagli organizzatori: un ritorno al testo e un momento di verifica, necessari per puntualizzare e valutare le scelte creative messe in atto nelle rielaborazioni social della Commedia. Una prima sperimentazione sul campo si è svolta, interamente a distanza, in una terza del Liceo Scientifico di Nizza Monferrato (AT) nell’anno scolastico 2019/2020. Dopo aver lavorato per diversi anni all’interno di danteSCO, gli organizzatori portano avanti il progetto autonomamente, riproponendo l’attività nella stessa classe a inizio 2021. Per la classe pilota, dante_social diventa così una parte costitutiva del percorso di studi di letteratura italiana. Queste prime sperimentazioni costituiscono un buon banco di prova per valutare l’efficacia di un approccio didattico che integri attività di transcodifica e strumenti tecnologici. A questo proposito non solo sono state e saranno previste opportune attività di verifica, ma è da tenere in considerazione anche il feedback raccolto dai protagonisti e destinatari del progetto, ovvero gli studenti.

Pedagogical Stylistics in Italian Upper Secondary School. Connecting Dickens and Instapoetry: Linguistic Strategies to Catch the Readers’ Attention. A Case Study


Isabella Marinaro (Università degli Studi di Roma "Sapienza")

This paper deals with pedagogical stylistics employed at the upper secondary school level. It proves that by way of using a stylistic analysis, traditional English literature can be put into conversation with contemporary forms of literary expression circulating on social media. In particular, we propose a case study that focuses on how, despite the differences in their historical and cultural backgrounds, Charles Dickens, a canonical author, and Nayyirah Waheed, one of the most famed among the so-called ‘Instapoets’, recur to similar linguistic strategies in order to catch their readers’ attention and get people involved on an emotional level. Through this case study, we intend to illustrate how it is possible to enrich a traditional English literature syllabus with examples of literary works by contemporary writers using the methods of comparative stylistic analysis. What is particularly interesting in this regard is that the production of both writers is influenced by the media in which their works were/are published, namely popular magazines for Dickens, and the so-called Instapoetry in the case of Waheed. Since today’s young people are endowed with natural native-digitalness, we are convinced that that proposing Instapoetry to teenage students can be a fruitful way to motivate them to approach poetry and its language. The paper demonstrates how such a task can be carried out also using a digital analysis of some of the linguistic strategies that both writers employed. These strategies allow the two writers to attain their objective of catching their readers’ attention by involving them directly while being in compliance with editing parameters imposed by 19th century magazines and today’s Twitter. We focus on the use of personal pronouns, the brevity of sentence, nominal style, ‘vivid’ verbs conveying intimate experiences, the present simple and past simple as the main tenses. The paper also provides some suggestions for follow-up activities in the classroom so as to encourage students to creatively use the linguistic strategies under investigation.

The show must go on: resistencia del teatro durante el confinamiento

Concha Navarrete Fernández (Universidad Complutense de Madrid)

Se propone aquí hacer un repaso de la resistencia que por parte de creadores y artistas se ha hecho durante el confinamiento en España para mantener vivo el teatro: la paradoja del género de la presencialidad dentro de un contexto virtual. El impacto de internet en el arte ha ido quedando patente a lo largo de los años, transformando el modo de entender las obras colaborativas y democratizando la cultura. No sólo el acceso a ella sino también su producción gracias a blogs, plataformas multimedia y redes sociales que invitan a la intercomunicación entre códigos y promueven la eliminación de barreras entre consumidor y creador. Con la llegada de la pandemia, este proceso se ha visto impulsado por la necesidad de acudir al mundo virtual como única forma posible de interrelación artística durante el confinamiento. Parece entonces necesario hacer mención especial al caso del teatro como elemento resemantizado, es decir, un género que ha tratado de sobrevivir desde una postura que imposibilita su esencia: el contacto con y entre el público. Para ello, se ha recurrido a formatos ya existentes de experimentación como el teatro por videollamada de La Abadía, las llamadas telefónicas de Teatro de guardia, iniciativa del Teatro del Barrio, además de la puesta a disposición del público de montajes a través de canales de Youtube como los del Pavón Teatro Kamikaze de Madrid o el Teatre Lliure de Barcelona o de la reformulación de obras para HBO bajo el nombre Escenario 0. También aparecieron propuestas como la del dramaturgo Jordi Casanovas, para que se transformase el confinamiento en material creativo a través del hashtag #coronavirusplays. Esta enumeración de soluciones para acompañar durante el confinamiento plantearán una serie de dudas: ¿hasta qué punto es teatro si media una pantalla o un teléfono?, si está ya grabado ¿sigue sintiéndose teatro?, ¿y si los actores y espectadores están también solos? ¿Se trata de un complemento al género, de un parche al momento de distancia? ¿O de un vuelco a lo virtual sin retorno? Las respuestas las resolvemos por boca de los protagonistas de esta resiliencia pero también desde el recuerdo de autores como Roberto Esposito, Emmanuel Levinas o Judith Butler que desde la filosofía comprenden la alteridad y la presencia como requisito para la construcción de identidad y de comunidad. El teatro no sólo necesita sobrevivir como oficio y como mero ocio, sino como género y actividad que nos reencuentra, nos agrupa y nos hace compartir.

« A Canadian play/une plaie canadienne » et l’exorcisme performatif de la stigmatisation québécoise


Sally Filippini (Università degli Studi di Bologna)

À la suite de la Révolution tranquille et peu avant le référendum de 1980, le Québec est en agitation et les écrivains sont appelés à s’engager et à participer activement à la vie politique. Une des formes les plus impliquées est le théâtre, qui à l’époque gardait un pouvoir médiatique remarquable. En particulier, la fondation du Théâtre d’Aujourd’hui à Montréal a permis aux dramaturges et aux comédiens d’expression française de constituer et de définir le théâtre québécois, en revendiquant la présence et la valeur artistique et culturelle de la production de langue française du Québec. Jean-Claude Germain, partisan de la création collective, en 1979 publie et met en scène au Théâtre d’Aujourd’hui la pièce A Canadian play/une plaie canadienne, un texte qui mêle l’histoire du Québec à la stigmatisation culturelle que les Québécois subissaient à l’époque contemporaine, d’une façon presque comique. En réalité, comme le suggère le sous-titre de l’ouvrage, il s’agit d’un exorcisme rituel : à travers la mise en scène de la pièce, l’auteur et les comédiens souhaitent réécrire les stéréotypes autour des Québécois en retournant à leurs origines et revendiquer un autre côté de l’histoire du Québec. L’objectif est non seulement de réaffirmer la culture de langue française au Québec, mais surtout de certifier sa dignité et sa place dans l’histoire du pays. C’est pourquoi cette communication vise à montrer la manière dont la pièce de Jean-Claude Germain constitue une réécriture historique à travers le média du théâtre pour effectuer un exorcisme collectif du stéréotype culturel qui s’est imposé sur les Canadiens francophones depuis le XIXe siècle. En effet, cela n’est possible qu’à travers la performance et la performativité du texte, accomplies aussi grâce au témoignage des spectateurs. La pièce est structurée comme un tribunal d’une loge francmaçonnique, où les grands protagonistes de l’histoire du Québec sont appelés à se justifier devant la commission d’enquête, composée de personnages représentant l’esprit québécois. À travers la déconstruction narrative et notamment théâtrale du passé du Québec, une déconstruction des moeurs de la société contemporaine est réalisée. L’exorcisme réussit à travers la performativité : au théâtre non seulement l’on met en scène l’histoire du Québec, mais on l’accomplit également, comme souligne Bert O. States : « the vitality of theatre is not simply by signifying the world, but also being it ». La performance du texte et la manière dont il est écrit contribuent donc à la réélaboration d’une stigmatisation collective.

La Screendance : riscrivere il movimento del corpo sullo schermo attraverso i nuovi media dall’inizio del '900 all’era contemporanea in Cina


Xiao Huang (Università degli Studi di Bologna)

In Cina, a ncora prima dell invenzione del linguaggio, 3000 anni fa le incisioni rupestri di Kangjia Shimen Zi a Hutubi rappresenta r o no la prima trasposizione intermediale di un movimento della danza nella roccia seguite nel corso del tempo da altri episodi come le s tatuette di danza della dinastia Han occidentale 206 a.C. 24 d.C. fino ad ar rivare agli affreschi delle Grotte di Dunhuang Mogao, con figure di Dan za del Bodhisattva (Northern Liang 397 d.C. 439 d.C.). Durante il corso del Novecento, la nuova disciplina della Screendance si sviluppa proprio dalla traduzione di opere di danza su schermo attraverso le nuove tecnologie, seguendo un evoluzione dai moving pictures ai film muti a quelli sonori a colori, dagli schermi cinematografici a quelli televisivi, dalla videocassetta al d igital streaming, e dalla TV fino agli ultimi ecosistemi social e degli smartphone. Pertanto la riscrittura del movimento del corpo in un altro linguaggio mediale, in questo caso il cinema, il video e ogni nuova tecnologia di immagini in movimento su sch ermo, diventa un elemento cruciale. In particolare, gli sviluppi della Screendance cinese presentano delle peculiarit à legate agli aspetti unici del contesto socio politico e storico, che diventano chiavi di lettura illuminanti delle dinamiche e dei proc essi di ri semantizzazione dell opera. Parallelamente con l introduzione del cinema in Cina, nei primi anni del secolo XX, pi è ce teatrali dell Opera di Pechino e spettacoli di danza vengono continuamente tradotte in film e video, subendo profonde trasforma zioni legate alla natura essenzialmente diversa dei linguaggi. Se dal punto di vista spaziale le trasposizioni dal piano del movimento scenico a quello cinematografico, dalle prime sperimentazioni di Ren Qingtai e Yu Rongling ai film pi ù consapevoli che vedono coinvolto il divo dell Opera Mei Lanfang, implicano una radicale modifica nel rapporto con lo spazio e con il tempo, dal punto di vista contestuale il nuovo senso dell opera tradotta è legato alle diverse congiunture storiche e politiche che ne dise gnano, nel caso dei dance drama film maoisti, anche una nuova funzione narrativa e di propaganda socialista.

Reimagining Mobility and Dissent: Teju Cole and Behrooz Boochani’s Multi-Genre Twitter Platforms


Claudio Boyer (Università degli Studi di Bologna)

Post 9/11 and post-media counter-narratives that work to contest spaces of Neocolonialism and migration often struggle with ways of effectively talking back to the transnational discursive circuits they inhabit. Twitter feeds that experiment with decolonial practices, for instance, can be seen as attempting to mobilize affect against repressive and exclusionary practices by creatively complicating and re-scaling repertoires of voices, genres and stylistic strategies (Fairclough). In this paper, I inquire into how indicative global zones of migration and translocation interface with the Twittosphere and give way to thirdspaces (Soja and Bhabha) that play out across codes in the production of new affective economies and subjectivities (Ahmed). Specifically, by triangulating the current refugee flow to Australia (as chronicled on the feed of refugee, activist and writer Behrouz Boochani) with US-Middle East and global philanthropic contact zones (in tweets authored by writer Teju Cole), I ask how practices of short imaginative composition interact with other aesthetic and non-aesthetic forms of communication to re-write and re-signify transnational spaces of conflict and inequality. Taken together, these publications ask us to leverage the immediacy, interactivity and intertextuality of Twitter to imagine the lives of victims of drone strikes, receivers of global aid, imprisoned asylum-seekers and ordinary (non)citizens across political and emotional geographies. I will argue that both Boochani and Cole attempt to elicit an ethical response that tries to hold together readers’ need to quickly process transnational events unfolding in real-time and the critical distance necessary to contextualize the stories and reprocess them from the perspective of embodied experiences. In exploring the potential and limitations of Twitter in negotiating these tensions, however, Cole and Boochani may be seen as adopting productively divergent strategies to further their political and aesthetic projects, which in turn generate new questions for ongoing debates around digital story-telling and dissent.