PATHS OF HOPE AND DESPAIR di Yannis Behrakis

Mostra Fotografica

Dipartimento di Scienze dell'Educazione - Via Filippo Re, 6 Bologna

13 febbraio - 30 marzo 2019 (ingresso libero)

Orari di apertura:

lunedì - venerdì: 9.00-18.00;

sabato 9.00-12.00


 

Sono fuggiti nel cuore della notte, con i propri beni rinchiusi in sacchi neri di plastica. Si sono nascosti in camion o stipati in barche e sono scappati, fuggiti via correndo, superando checkpoint e barricate, guadando fiumi e barcollando sulle sommità delle colline.

Hanno lasciato le loro case in cerca di sicurezza – Bosnia, Somalia, Albania, Iraq, Croazia, Libia, Cecenia, Kosovo, Siria e non solo. Genitori, fratelli, mogli sono rimasti indietro, in attesa. Molti non ce l’hanno mai fatta. Molti di più resteranno per sempre allo stato di rifugiati.

Per quasi tre decenni, il fotografo della Reuters, Yannis Behrakis, è stato testimone del movimento di massa di queste persone: gli oppressi e i torturati, i minacciati e i picchiati. Nel Medio Oriente, in Africa, in Asia, nei Balcani e altrove in Europa, il lavoro di Behrakis è la prova della natura ciclica del conflitto e ci ricorda la conseguenza inevitabile della guerra: l’esodo.

“Voglio che la mia fotografia stabilisca una connessione e un sentimento di responsabilità condivisa nei confronti della sventura degli altri, intrappolati dalle vicissitudini in luoghi remoti” commenta Behrakis. “Odio la guerra, ma voglio costruire un registro della sofferenza. Voglio che lo spettatore si senta a disagio, informato e, forse, perfino in colpa”.

Il suo obiettivo ha catturato viaggi di speranza e disperazione. Le sue immagini raccontano il coraggio e la perseveranza di individui spesso straordinari, di famiglie sradicate dalla guerra, di una madre separata dal proprio figlio. 

Nel 2015 la più grande crisi di rifugiati dalla Seconda Guerra Mondiale si è manifestata in tutta la sua gravità. Quasi un milione di persone in fuga dai propri paesi in Medio Oriente, Asia e Africa, devastati dalla guerra e dalla povertà, sono arrivati sulle sponde della sua natia Grecia dalla Turchia, aggrappati a gommoni prima di iniziare a fluire lungo il continente europeo in cerca di una vita dignitosa. Era diventata una questione personale. Anche la nonna di Behrakis, discendente da una famiglia greca proveniente da Smyrna, l’odierna Smirne sulla costa turca, era dovuta fuggire come rifugiata nel 1922, durante il grande incendio che si propagò per tutta la città portuale. “Mi ricordo le sue storie; come riuscì a salvarsi insieme a sua sorella minore perché una nave della Marina Francese le evacuò portandole a Marsiglia, come visse in un monastero per anni fino a che i suoi genitori non riuscirono a rintracciarla attraverso la Croce Rossa.”

“Quando vidi i rifugiati durante il loro viaggio dalla costa turca a quella delle isole greche, volli diventare la loro voce, per i miei valori umanitari e in sua memoria”.

Nell’ultimo anno, Behrakis ha fotografato le vite dei migranti spogliate della loro intimità, ma facendolo sempre con il dovuto rispetto e con attenta discrezione; ha fotografato il sollievo per aver raggiunto il territorio europeo, ma anche il timore nei loro occhi per quello che sarebbe potuto accadergli in seguito.

“Volevo essere la voce dei perseguitati e allo stesso tempo gli occhi di un pubblico globale. Lavorare per Reuters significa che il mio pubblico è l’intero pianeta e questo è un compito arduo il cui peso sento sulle mie spalle. Ma attraverso le mie immagini e i miei resoconti, nessuno può dire ‘Io non lo sapevo’”.

Testo di Carolina Taggaris (Traduzione di Alberto Scarinci)

 

ADDIO AL GRANDE FOTOGRAFO YANNIS BEHRAKIS

 

Con grande dispiacere abbiamo appreso della scomparsa del fotografo Yannis Behrakis il giorno 2 marzo scorso.

Vogliamo ringraziarlo per il suo lavoro e per il suo grande impegno a favore di tutti coloro che a causa di guerre e conflitti sono costretti a fuggire dalla propria terra e dai propri affetti.

Parafrasando le sue stesse parole, vogliamo ringraziarlo per essere stato “la voce dei perseguitati e allo stesso tempo gli occhi di un pubblico globale; attraverso le sue immagini e i suoi resoconti, nessuno può dire ‘Io non lo sapevo‘ “.

Vogliamo ricordare non solo un importante fotografo, ma anche una persona straordinaria. La sua disponibilità, una volta ricevuta la nostra richiesta di allestimento della mostra, è stata davvero preziosa e lo è ancora di più alla luce della grave malattia contro cui stava combattendo e di cui non eravamo a conoscenza.

Ci sembra di poter dire che il suo sguardo sul mondo, testimoniato dal suo prezioso e immenso lavoro fotografico, gli ha sempre consentito di mostrare “la verità” delle situazioni concrete in cui si calava in prima persona, anche a rischio della sua stessa incolumità, conservando però nei suoi scatti anche una sorta di rispetto, di com-passione mai invadente verso le persone e le storie che raccontava. Alcune sue foto, che sono e sempre più rimarranno icone di questi nostri tempi, rappresentano dal punto di vista strettamente fotografico-estetico dei capolavori, ma sono privi di qualsivoglia spettacolarizzazione forzata, della strumentalizzazione del dolore. Sono scatti di vita. Sono scatti di verità che impongono di capire, di aprire gli occhi, di non voltare lo sguardo dall’altra parte rispetto al valore dell’essere umano e ai sentieri epocali di speranza e disperazione che in tanta parte del mondo, fino a “casa nostra” si stanno percorrendo.

Ci ha colpito e commosso, in particolare, il modo in cui nella sua mostra ha rappresentato l’infanzia. Anche se possono passare inosservati, in quasi tutte le foto, vi sono delle bimbe e dei bimbi. Per questo per noi è stato importante che la mostra fosse allestita insieme al Convegno “Infanzia Migrante: capire, narrare, accogliere”, svoltosi lo scorso 13 febbraio in Dipartimento.

Vogliamo segnalare solo due scatti. Due scatti di speranza. Il primo è quello di una bimba che ride divertita, protagonista di una sorta di giostra improvvisata e lanciata in aria da quelli che immaginiamo essere un papà e uno zio, due fratelli più grandi, in un campo profughi. Un momento di gioco realizzato assolutamente con niente. Con la forza delle braccia e dell’abbraccio.

Il secondo scatto è appunto quello che sarà certamente un’icona del nostro tempo e che è l’immagine simbolo della mostra. Un padre attraversa a piedi il confine tra la Repubblica di Macedonia e la Grecia. Ha sua figlia in braccio. La bacia. Il suo sguardo è di una forza indicibile. C’è soddisfazione per averla portata “al sicuro”, c’è affetto smisurato; c’è tutta la “paternità” di chi seppur stanco, logoro e vestito con un mantello fatto da un sacco nero della spazzatura sembra – come anche altri hanno scritto – il più invincibile dei supereroi. La bimba è voltata di spalle, guarda il suo passato, la strada fatta, la sua origine, la sua memoria che ha il diritto di non vedere calpestata e rinnegata nel luogo dove arriverà. Il padre guarda la bimba che è di per sé futuro, e guarda anche avanti, verso una nuova vita, un nuovo inizio. La tiene saldamente in braccio, ma pensiamo anche alla grande stanchezza di quelle braccia. Una studentessa ci ha confessato un’impressione che troviamo bellissima: vien quasi voglia di andargli incontro, di dire a questo padre, “lasciala a me” – proprio come si fa con i bimbi e i genitori con cui si ha confidenza – “lasciala a me, è in buone mani e ora riposati un po’ dal tuo lungo viaggio”.

Ringraziamo per tutto questo Yannis Behrakis, per la sua immensa sensibilità e per il suo lavoro.

Buon viaggio caro Yannis…

 

La Direzione del Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna

I curatori della mostra

Gli studenti e i docenti del Dipartimento di Scienze dell’Educazione

La Biblioteca di Scienze dell’Educazione “Mario Gattullo”

La Fondazione Alma Mater dell’Università di Bologna

 


Yannis Behrakis

 

Vincitore del Premio Pulitzer nel 2015. E’ nato nel 1960 ad Atene, dove ha studiato fotografia nella Athens School of Arts and Technology e ottenuto il suo Bachelor of Arts (Honours) in Arte presso la Middlesex University. Fotogiornalista per la Reuters a partire dal 1988, si è occupato di una notevole varietà di eventi, tra cui il funerale dell’Ayatollah Khomeini in Iran, i cambiamenti epocali in Europa Orientale e nei Balcani, le guerre civili in Croazia, Bosnia e Kosovo, le guerre in Cecenia, Sierra Leone, Somalia, Afghanistan e Libano, nonché la prima e la seconda Guerra del Golfo. Con il suo lavoro ha anche testimoniato per molti anni il conflitto israelo-palestinese. Ha documentato i terremoti in Kashmir, Turchia, Grecia e Iran, le rivolte civili e i principali avvenimenti politici mondiali e la recente Primavera Araba in Egitto, Tunisia e Libia. In seguito si è occupato anche delle rivolte civili in Turchia e nel 2014 della crisi Ucraina a Kiev e della guerra civile in Ucraina Orientale. I suoi lavori hanno spaziato anche in altri ambiti tra cui la documentazione di diverse edizioni dei Giochi Olimpici Estivi, la Coppa del Mondo di calcio negli Stati Uniti e numerosi altri eventi sportivi di portata mondiale. Nel 2008 si è trasferito a Gerusalemme come responsabile per un lungo reportage fotografico della Reuters in Israele e nei Territori Palestinesi. Nel 2010 è tornato nel suo paese natale come capo fotografo, sempre per l'agenzia Reuters, per testimoniare la crisi finanziaria e politica in Grecia e Cipro. Nel 2015-2016 si è occupato della crisi dei rifugiati in Europa.

Yannis Behrakis tiene abitualmente lezioni in diversi college e università in Grecia e all’estero.

 

Tra i vari riconoscimenti nazionali e internazionali è stato nominato sette volte Fotoreporter dell’Anno dal Greek National Fuji Awards e tre volte Fotogiornalista Europeo dell’anno dallo European Fuji Awards (a Londra nel 1999, a Barcellona nel 2002 e a Roma nel 2004). 

Nel 2000 ha ricevuto a New York il John Faber award dall’Overseas Press Club of America e nello stesso anno ha ricevuto il più prestigioso premio giornalistico della Grecia, il Premio della Fondazione Botsis del Presidente della Repubblica Greca.

Sempre nel 2000 Yannis Behrakis ha vinto il primo premio World Press Photo nella categoria General News Stories

Nell’edizione del 2002 del Premio Bayeux per corrispondenti di guerra, grazie alle sue immagini della liberazione di Kabul, ha vinto il Premio del Pubblico. 

Ha anche vinto diverse edizioni del China International Press Photo Contest (2004, 2009, 2013, 2015). 

Nel 2011 ha invece ricevuto dalla NPPA (National Press Photographers Association) un premio di eccellenza nella Best of Photojournalism Competition nella categoria General news stories.

Nel 2012 e nel 2015 ha vinto premi nel prestigioso POYi (Pictures of the Year international) dell’Università del Missouri. 

Nel 2015 è stato nominato dall’Agenzia Reuters e dal Guardian fotogiornalista dell’anno e ha vinto la medaglia d’oro nel Day’s Japan International photojournalism competition.


NOTA DEL FOTOGRAFO

Sono certo che noterete la differenza nella qualità tra le stampe da negativo sviluppate in condizioni difficili, le prime immagini scattate con macchine digitali in files jpeg di piccole dimensioni, e le immagini delle macchine digitali professionali di oggi.

Nel 1987, mentre intraprendevo i primi passi come fotoreporter per un’agenzia di stampa internazionale, dovevamo ordinare e inviare le nostre immagini sul posto con qualcosa che oggi sembrerebbe un’apparecchiatura paleolitica. Ciononostante, mi sento fortunato ad aver attraversato indenne una rivoluzione nella fotografia: il passaggio dall’analogico al digitale.

Nell’era del pre-digitale, i fotografi di agenzia viaggiavano non solo con un un’attrezzatura fotografica completa, ma anche con l’indispensabile per avere una camera oscura tradizionale, smontata e impacchettata. Una camera oscura portatile conteneva sostanze chimiche per sviluppare pellicole e fare stampe, bobine, bacinelle, vassoi, un termometro, un timer, un asciugacapelli e un ingranditore.  A questo bisognava aggiungere una macchina da scrivere, forbici, un cutter, un assortimento di mollette, morsetti e attrezzi vari, teli neri e, più importante di tutto il resto, un trasmettitore che doveva essere collegato a una linea telefonica che spesso si rivelava di cattiva qualità, o a un telefono satellitare. 

Non c’era un istante da perdere quando i fotografi d’agenzia dovevano fare di tutto per rispettare la scadenza della pubblicazione della prima pagina delle notizie a stampa. Dopo aver scattato ed editato le mie immagini migliori, la parte successiva del mio lavoro consisteva nell’ordinare le immagini delle notizie il più velocemente possibile. 

Le foto qui esposte testimoniano i cambiamenti nel nostro modo di lavorare e nelle attrezzature a disposizione nei differenti periodi. Le immagini stampate da negativi sviluppati sul campo e le immagini delle prime macchine digitali sono in contrasto con quelle prodotte al giorno d’oggi da macchine digitali professionali.

Siano immagini digitali o analogiche, il messaggio resta lo stesso. Il fotogiornalismo c’era, c’è e ci sarà per mantenere informato il pubblico globale sulle ingiustizie del nostro mondo e su altri importanti temi e valori nelle nostre esistenze. 

                                                                                                                                   Yannis Behrakis

Intervista a Yannis Behrakis da GreekReporter.com

Yannis Behrakis parla del suo lavoro di documentazione fotografica rispetto alla crisi dei rifugiati in Europa.

ADDIO AL GRANDE FOTOGRAFO YANNIS BEHRAKIS (English and greek versions)