Presentazione del Convegno

L’evento, organizzato dalla Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna e l’Alma Mater- Università di Bologna, con particolare riferimento al Centro Studi “Medical humanities”, ha l’intento di porre a confronto la parola e l’esperienza dei medici con quella degli studiosi di retorica, linguistica e letteratura. L’incontro si articola in due momenti: uno indirizzato a discutere il rapporto medico-paziente nella pratica quotidiana, l’altro volto a considerare il legame salute-malattia dal punto di vista della «narrazione» di medici e pazienti. Cucito dalla scienza medica, l’abito della salute presenta tra le sue trame, più sottili e innervate, gli effetti benefici di parole persuasive che il medico somministra con la stessa attentissima posologia con la quale dosa i farmaci. Il medico non ha una parola universale, né tantomeno deve averne una indifferenziata. Non si può parlare a un inguaribile ottimista, che trascura analisi ed esami, come a un ipocondriaco, avido lettore di wikipedia. Per ogni paziente il curante individua un argumentum ad hominem, cioè piega il suo discorso alla reale possibilità di ricezione dell’interlocutore. Nella lingua italiana «curare» e «aver cura» sono azioni distinte di una stessa parola che sottintende la «presa in carico» del paziente. La persuasione non cura la malattia ma predispone i malati ad accettarla, a viverla, a combatterla. Non è raro che un medico ricorra a esempi, metafore, similitudini e altre strategie argomentative per chiarire al paziente quanto ha già individuato con gli strumenti della medicina, e trascritto nel referto con linguaggio denotativo. Alla domanda: «dottore mi spieghi meglio per favore?», il medico non può non rispondere, e per questo deve far leva su qualità comunicative che forse non pensava nemmeno di possedere: qualità maturate per esperienza diretta, a contatto con il dolore, e anche grazie agli interrogativi chiusi nel volto dei pazienti. L’enallage della persona, quel “noi” che non pochi medici usano per solidarietà militante con i malati nei momenti più duri della lotta contro la patologia è una nobile finzione che non sovverte i ruoli, non sminuisce lo scienziato, ma fa sentire gli uomini «confederati» come Leopardi auspicava nei versi della Ginestra.

Doctor's said and unsaid

The event is organised by Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna and Alma Mater – University of Bologna, with particular reference to the Study Centre “Medical Humanities”. The aim is to compare doctor’s word and experience to the word of the experts in rhetoric, linguistics and literature. The meeting develops in two moments: the first is meant to discuss the relationship between doctor and patient in everyday practice, the second considers the connection health-sickness from the point of view of the “narration” of doctors and patients. Sewed by the medical science, the suit of health presents in its thinner texture the beneficial effects of the persuasive words that the doctor gives with the same careful dosage of a medicine. The doctor has no universal or undifferentiated word. He cannot address to an eternal optimist, who doesn’t care of analysis and examinations, in the same way as to a hypochondriac, avid reader of Wikipedia. For any single patient, the doctor identifies an argumentum ad hominem, to adapt his speech to the real possibility of reception of the interlocutor. In the Italian language «curare (to cure)» and «aver cura (to take care)» are distinct actions of the same word that implies that the patient is taken in charge. The persuasion does not cure the sickness, but it prepares the sick person to accept, live and fight it to win. It’s not unusual that a doctor uses examples, metaphors or similitudes to explain to his patient what he already saw with the instruments of medicine and written in his report with a denotative language. The doctor cannot avoid replying to the question “please, explain clearly” and therefore he must use communicative qualities he did not even know he had: qualities achieved by direct experience, in contact with the pain and the interrogative gaze of his patients. The personal enallage, that “we” that many doctors use in militant solidarity with sick people in the hardest moments of their fight against illness, is a noble pretence that does not subvert roles or lessen the scientist, but it let men feel «confederates», like Leopardi wished in the admirable verses of Ginestra.